GHEI

Forse per opporsi ad una globalizzazione (terminologica); forse solo per facilitarne l’uso a chiunque anche a chi potesse avere qualche dubbio sul modo corretto di scrivere “gay” nelle chat o negli sms; forse per riappropriarsi di un termine inglese, ma che ha chiare origini latine, o forse solo per una serie di coincidenze favorevoli, si sta diffondendo sempre più in Italia l’abitudine di scrivere “gay” così come si pronuncia: “ghei”. 
 A voler essere ottimisti, “ghei” potrebbe essere un ulteriore passo verso la quotidianizzazione, e quindi l’accettazione di chi ha un’inclinazione sessuale differente da quella della maggioranza.  
Nella sua scrittura traslitterata, “ghei” segna il distacco da “gay”: parola che viene dal provenzale “gai”, dal latino “gaudium”: “gioia”. Per i Trovatori, la “Gaia Scienza” era la scienza dell’Amore.
Solo molto più tardi, in Inghilterra, “gay” cominciò ad essere sinonimo di “amore dissoluto”, per passare a definire, nel novecento, un omosessuale maschio.
La scrittura “ghei” fa diventare questo termine una parola astratta, che allontana l’omosessualità dalla “gaiezza” dalla quale in fondo è partita, e che viene richiamata da “gay”.