CHECCA

Sono tante le bambine che, registrate all’anagrafe come “Francesca”, vengono chiamate col vezzeggiativo “Checca”. Nome che a volte conservano anche in età adulta.
E’ tutt’altra storia quando lo stesso nome, usato come sostantivo, e dunque con la “c” minuscola, viene affibbiato a un uomo.
Altro che vezzeggiativo: qui l’impiego è assolutamente offensivo. Significa: sei un effeminato ridicolo e grottesco. Ti piacciono i maschi come alle donne.
L’uso canzonatorio di un nome di donna per dileggiare un uomo che non viene considerato tale è presente in altri Paesi: in Spagna sono molto usati “marica” e “maricon”, probabilmente derivanti da “Maria”.
L’insulto “checca” viene riservato particolarmente all’omosessuale effeminato. In Italia, un famoso giocatore juventino degli anni 50/60 veniva chiamato (naturalmente dai non juventini) “Marisa”: ma con la m maiuscola, essendo questo epiteto riservato soltanto a lui.
C’è comunque chi sostiene che “checca” abbia un’origine precisa. A Roma il nome “Francesco” viene di frequente abbreviato in “Cecco”, talvolta in “Chicco”, e - più spesso - in “Checco”.
Proprio quest’ultimo diminutivo era toccato a un venditore ambulante di granite (omosessuale) di Trastevere; un tipo spassoso, molto noto per i suoi modi effeminati. Fu perciò quasi automatico che da “Checco” finisse per essere chiamato “Checca”. Perdendo col tempo la maiuscola, e passando ad indicare l’omosessuale con movenze e atteggiamenti femminili.
Questo Checco/a sarà stato certamente fiero di sé: il suo nome, oltre a diventare quello di tanti omosessuali italiani, sarebbe servito a indicare una prelibatezza estiva tanto cara ai romani di qualche anno fa: “la grattachecca”. Una sorta di granita ante-litteram venduta d’estate in tutta Roma.
Si chiamava così non perché l’avesse inventata (o venduta per primo) un omosessuale, ma per un altro motivo.
A Roma, fino alla fine degli anni 50, il blocco di ghiaccio usato per tenere i cibi in freddo nelle famose “ghiacciaie” veniva chiamato “checca”: (es:“portami du’checche….)”
Come si fa ad essere certi della data? E’ facile: la distribuzione del ghiaccio per le case e per gli esercizi commerciali (bar, ristoranti, ecc.) è sparita con l’arrivo dei frigoriferi.
I blocchi di ghiaccio venivano consegnati prima con dei carretti, e poi con camion refrigerati: ma ci voleva pur sempre qualcuno che se li caricasse sulle spalle, per portarli dal camion al cliente. “L’uomo del ghiaccio” avvolgeva il freddo prodotto in una tela di sacco, e se lo caricava in spalla: e spesso, per fare prima, ne prendeva due alla volta. Ma siccome pesavano parecchio, si doveva muovere con cautela: a piccoli passi, e tenendo le natiche e le cosce chiuse, come se portasse una gonna stretta. Insomma, era costretto ad un’andatura che ricordava quella delle donne o di chi cerca di imitarle.E’ facile che desse l’idea a chi lo guardava di avere un atteggiamento da “checca”. Da qui il nomignolo “checca” affibbiato al blocco di ghiaccio (un parallelepipedo enorme) che lo costringeva all’andatura caratteristica.
Ebbene: grattando dei frammenti di ghiaccio da una “checca” mediante un attrezzo apposito, e aggiungendovi del coloratissimo sciroppo ai gusti più vari (menta, orzata, amarena, tamarindo, ecc.) si otteneva la “grattachecca”, oggetto di desiderio di tanti bambini romani. Nei mesi estivi i carrettini con la grattachecca giravano tutta Roma, spiagge del litorale comprese.